Tra Biden e Putin volano parole grosse, ma non missili. E l’Europa resta a guardare

Data: marzo 21, 2021

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– di Stefano Fabbri – Quello che sembra uno scambio di pesanti sberleffi tra adolescenti non è un regresso comportamentale di due anziani leaders. Al Joe Biden che a bruciapelo risponde affermativamente – ma forse sapendo o immaginando che una domanda simile sarebbe stata fatta – al giornalista che lo intervista che sì, a suo avviso Vladimir Putin è un assassino, non è slittata la frizione, non è un uomo preso alla sprovvista che si lascia sfuggire un retro pensiero.

Un politico navigato

E’ un politico navigato che, a dispetto dell’età e dell’increscioso incidente dell’inciampo salendo la scaletta dell’aereo (ma capitò anche ad un suo predecessore Gerald Ford mentre la scendeva), sapeva benissimo cosa diceva e quali conseguenze ciò avrebbe avuto. Più difficile è capirne il perché e quali siano gli obiettivi di una tensione che, dopo diversi anni, è tornata ad essere palpabile, solida, e non più affidata ai gradi di freddezza o di tepore dei rapporti tra Washington e Mosca.

Guerra fredda?

Inutile evocare i vecchi tempi della guerra fredda. Lo scambio di messaggi al vetriolo tra i due leaders sembra più originato dalla necessità di parlare ai rispettivi Paesi. Biden ha a che fare con un’America ancora sotto choc per l’assalto al Campidoglio e attraversata dal timore (o dalla speranza) di un ritorno di Trump e che il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti sta guidando a tappe forzate fuori dalla pandemia Covid che il suo predecessore aveva quasi sbeffeggiato, salvo poi subirne la legge del contrappasso restando infettato. Putin, nonostante la guasconeria con cui ha affrontato il caso, ha difficoltà a liberarsi dal fantasma per fortuna ancora vivente di Navalny.

Il mondo “bipolare”

E’ lui, il controverso dissidente ancora detenuto dal suo rientro a Mosca dopo la lunga convalescenza seguita ai momenti più critici dell’avvelenamento del quale è rimasto vittima, uno dei più seri problemi di Zar Vladimir. Ma la partita è più complessa è riguarda il ristabilimento dei pesi che ciascuno dei contendenti ha o pensa di avere nello scacchiere mondiale. Una partita resa più complicata dal ruolo della Cina, terzo incomodo, o comodo, nello schema che per decenni è stato bipolare.

Le altre nazioni

E al cui tavolo sono chiamati anche altri giocatori, come Iran e Turchia per vedere fino in fondo quanto la politica di Mosca abbia inciso nelle politiche dei due Paesi, giusto per citare i più importanti tra quelli si quali gli occhi degli Usa non siano mai staccati. In più c’è quella che pare essere la maledizione dei presidenti dem degli Usa: è sempre accaduto durante il loro mandato che si sono registrate le tensioni più aspre, le crisi che sembravano irreparabili e, spesso, anche i conflitti regionali che avevano le carte in regola per apparire vere e proprie guerre a nemici per procura.

Il botta e risposta tra Biden e Putin

Tuttavia se c’è un segno di pur relativa novità è il fatto che al ping-pong di frecciate dirette tra Biden e Putin non corrispondano, alla fine, segnali di una insanabile frattura. Anzi, a neanche di 48 ore di distanza dall’accusa dell’americano al russo di essere un killer ed un mestatore elettorale al fine di favorire Trump alle presidenziali e dallo sferzante “augurio” di buona salute, che farebbe raggelare chiunque, inviato con scherno dall’inquilino del Cremlino a quello della Casa Bianca, già si parla di ripresa del dialogo, pur tra mille distinguo e di puntigliose precisazioni su come questo debba avvenire.

Ostpolitik versione 4.0

Certo, Mosca ha richiamato il proprio ambasciatore, ma gli Usa non hanno fatto altrettanto. Un minuetto, insomma, che entrambi intendono ballare ciascuno nel proprio ruolo. Una volta l’Europa avrebbe almeno tentato di scegliersi il compito di maestro di danze, tra professione di filoatlantismo e una ostpolitik versione 4.0. Ma in questa occasione pare starsene buona nel proprio cantuccio di mondo.

Ma più che una scelta pare l’espressione di una consapevolezza della propria marginalità, del ruolo fuori scena che le è stato assegnato quale spettatore nell’osservare i proiettili traccianti a base di male parole e di scortesie che si incrociano sui cieli del Vecchio Continente, sgranocchiando pop-corn dal sacchetto della propria irrilevanza.

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