Sassoli, lacrime sincere e lacrime di coccodrillo per chi ha provato a lasciare l’Europa un po’ meglio di come l’ha trovata

Data: gennaio 12, 2022

In: STORIE DI PRIMO PIANO, TOP, MONDO,

Visto: 190

Tags: , ,

– di Stefano Fabbri – Gli eroi sono tutti giovani e belli. E dunque è normale che quando muoiano si tessano le loro lodi, anche glissando sui difetti. Ma David Sassoli era sì bello, ancora relativamente giovane e soprattutto non era un eroe. E quindi non rientrava nei parametri per cui è obbligatorio compiangerne unanimemente la morte.

Però ciò è accaduto lo stesso e quindi per qualche motivo più serio di quelli che di solito muovono le prefiche istituzionali. Il motivo vero sta probabilmente nel fatto che ha impersonato un’Europa da sempre vagheggiata dai suoi cittadini, che talvolta sono diventati tali loro malgrado, e lontana dallo sguardo arcigno con cui eurocrati, seconde file delle politiche nazionali che hanno trovato rifugio a Bruxelles, Marchesi del Grillo in salsa comunitaria e così via hanno guardato alle sorti dei circa 750 milioni di suoi abitanti.

Chi con sincera commozione, chi con invidia e chi con una buona dose di falsità, ma tutti hanno dovuto – per sincera commozione o per calcolo – rendere un omaggio non formale ad un presidente del Parlamento europeo sicuramente speciale.

Dolce d’animo ma urticante

Dolce d’animo ma urticante, a non pochi occhi, per una visione del Vecchio continente che spesso ha rischiato di menare scandalo se non fosse per il rispetto che si doveva a quel suo ruolo apicale nelle istituzioni europee. Il suo ultimo messaggio pubblico è quello del Natale scorso. Rivendendolo si scorge qualche segno che con il senno del poi fa immaginare la malattia. Riascoltandolo è difficile che non abbia suscitato qualche serio mal di pancia ai dirigenti rigoristi dell’Unione, ai matematici dei parametri di Maastricht e a chi ha frainteso la politica con i conti che devono tornare a tutti i costi.

Che effetto avrà fatto ai governanti di alcuni Paesi dell’est europeo, della cosiddetta nuova Europa intenta a innalzare barriere di filo spinato alle proprie frontiere, sentir parlare di “nuovi muri che dividono umanità e disumanità”?

E dove si sarà posato lo sguardo imbarazzato di chi, con le redini dell’Europa in una mano e le tabelle del patto di stabilità nell’altra, decretò la condanna della Grecia udendo parole contro una “disuguaglianza intollerabile” e sentendo che il compito dell’Unione è di “proteggere i più deboli e non di chiedere altri sacrifici aggiungendo dolore a dolore”, rifuggendo così da “una economia non basata sul profitto di pochi”?

E’ difficile da dire ma è molto probabile che le parole di cordoglio di qualcuno siano state pronunciate a denti stretti, ma nella consapevolezza che quei semplici, piani e naturali concetti espressi da David Sassoli davanti ad un albero di Natale siano quelli che l’Europa dei cittadini, e non quella che si perde nella misura delle zucchine, voleva sentirsi dire.

Altiero Spinelli e Ernesto Rossi

Usando categorie e propositi espressi quasi un secolo fa da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi, Sassoli ha fatto invecchiare di colpo l’Europa incomprensibile nella terminologia e nelle politiche, nata non dal Manifesto di Ventotene ma dalla paura. La paura che l’aveva consegnata all’irrilevanza, convinta che i due blocchi stratificatisi dopo la seconda guerra mondiale fossero immutabili, e la paura di nuocere agli equilibri della Grande Finanza che in realtà è stata la levatrice delle istituzioni europee da cui deriva l’Unione.

Secondo i parametri politici italiani Sassoli avrebbe potuto essere sbrigativamente catalogato nel mondo dei cattolici “de sinistra”, buoni solo a predicare qualcosa di irraggiungibile in questo mondo. C’è invece nelle sue prese di posizione, talvolta scomode ed imbarazzanti anche per il partito nelle cui fila era stato eletto a Strasburgo, il Pd, un’origine che può apparire rivoluzionaria: conosceva la gente, era allenato a percepirne il sentimento, la tendenza generale. Una caratteristica che sicuramente era stata affinata dalla professione giornalistica: senza quella capacità di intercettare il pensiero, le aspirazioni, le delusioni ed i desideri è un mestiere che non puoi fare.

David Sassoli (Foto Ansa)

L’altra è la formazione giovanile. David Sassoli è stato, da giovane, uno scout. Questo non basta certo. Abbiamo avuto uomini politici italiani che si sono fregiati inutilmente di un passato simile. Ora, chi conosce lo scautismo conosce anche l’ultima lettera che Robert Baden Powell, il fondatore del movimento, scrisse come commiato con le ultime raccomandazioni ai giovani che aveva contribuito a formare.

C’è un passaggio indimenticabile di quello scritto: “il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un pò migliore di quanto non l’avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di avere fatto del vostro meglio”. 

Il bene assoluto

Difficile pensare che Sassoli non abbia ripensato a queste frasi nelle sue stagioni adulte di giornalista e di politico, soprattutto all’impegno non di perseguire il bene assoluto, ma di fare con umiltà del proprio meglio per lasciare questa Terra un po’ migliore di come la si è trovata.

Forse ci avrà pensato anche nelle ultime sue ore di vita, quando ha trovato la forza di mandare un ultimo tweet. Non era per sé, né per i cari che si accingeva a lasciare. Era un messaggio di cordoglio per la morte di Silvia Tortora, amica e collega, morta un giorno prima di lui. E’ stato il suo modo per fare del proprio meglio.

FacebooktwitterlinkedinFacebooktwitterlinkedin
Articolo precedente:
Articolo successivo:

I commenti sono chiusi.