Quando ti muore un figlio

Data: maggio 19, 2020

In: STORIE DI PRIMO PIANO, TOP,

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-di Massimiliano Morelli-

 

Valeria (Ronzani, nda) è il direttore di questa testata e con i suoi messaggi mi è spesso stata vicino dopo la morte di mio figlio. Confermo, senza disturbare mi è rimasta al fianco, e in maniera altrettanto leggera mi ha invitato a tornare in squadra, dopo che avevo mollato baracca e burattini. Mi ha affiancato nel dolore, così come hanno fatto in tanti. Amici e semplici conoscenti, gente incontrata in maniera più o meno fortuita anche dopo la scomparsa di Emiliano, ventitré anni e mezzo, passato a miglior vita una mattina di aprile, due anni fa. Persone più o meno conosciute, e perdo il conto di quante mi abbiano avvicinato, stretto la mano e chiesto di parlar di lui. Fluttuano nella mia mente i volti e i nomi di chi è arrivato dopo, di chi non mi conosceva ma conosceva lui, e che ha voluto parlare con me. Non ho remore né voce rotta dal pianto nel raccontarlo, riesco a rimanere freddo e razionale, nell’amarcord non traspare emozione e le lacrime sono diventate di pietra. Parlo e scrivo di mio figlio col sorriso sulle labbra, partecipando a ogni tipo d’iniziativa a lui dedicata. Un torneo di calcio, una lezione di giornalismo, una marcia del ricordo, un taglio di nastro, qualsiasi tipo di evento possa avere come comun denominatore Emiliano. Che è stato stroncato da un attacco cardiaco, improvviso per uno come lui che era una “branda”, senza avvisaglie per un ragazzo alto quindici centimetri più di me, che se non m’avesse “staccato” la faccia avrei dubitato d’esser suo padre. Giù, se ne è andato come una pera matura che cade dal ramo d’un albero. Senza accorgersene, fulminato, sul colpo. Roba che non sai darti una spiegazione, che non sai con chi prendertela, che non esiste un colpevole.

Perché se ci fosse stato un chicchessia, chessò, uno che durante una rapina gli avesse dato una revolverata, o gli avesse conficcato un serramanico nel costato, avrei saputo con chi prendermela.

  • Se avesse avuto un tumore avrei potuto maledire la Sorte,
  • fosse stato investito da un’auto avrei potuto lanciare una campagna contro chi alza il gomito e si mette spudoratamente alla guida,
  • o nei confronti di chi non rispetta stupidamente la segnaletica stradale, financo nei confronti d’un distratto al volante.

No, niente di tutto questo, e resti di sasso mentre il medico che trovi già sul posto, quando lui è esanime a terra, ti dice “uno su un milione muore così”, e poi aggiunge: “Sopra i quaranta è come se si staccasse la spina, puoi riattaccarla se sei fortunato e arrivi in tempo. Ma sotto i trenta è come se si tagliassero i fili, e quei fili non si possono riannodare”. Non c’è spiegazione, e visto che quella spiegazione non c’è, trovi conforto in chi ti offre una spalla dove poggiarti, ma sulla quale mai piangerai.

Così c’è chi ti consiglia di affidarti alla fede e c’è chi dice devi urlare la tua rabbia contro il vento. Chi dice che devi piangere, ma tu piangere non vuoi. Provi a osservare il bicchiere mezzo pieno, come sempre hai fatto in vita tua. Un papà più grande di me, orfano pure lui d’un figlio, morto alla stessa età di Emiliano, ma per leucemia, mi ha detto “è vero che tu stai soffrendo, ma lui s’è accorto di nulla. Mio figlio è stato malato due anni prima di andarsene, e ogni giorno che s’alzava dal letto sapeva che quello avrebbe potuto essere il suo ultimo giorno”. Un incubo. Lo zio di un altro ragazzo una sera mi ha detto, durante una cena fra ex compagni di classe, “sai? Anche mio nipote è morto”. Pensavo fosse la consueta tiritera di chi per farti sentire meno solo quando gli dici che t’è morto “poro” nonno ti risponde che lui sa quel che significa, perché vent’anni prima anche lui ha perso il nonno. Ma poi, quando quello zio mi continua a parlare sussurrandomi che il nipote si è suicidato senza neanche lasciare un biglietto d’addio ai genitori, ecco che quel mio bicchiere lo comincio davvero a osservare mezzo pieno. Perché io il lutto, il dramma, lo porterò dentro fin quando non finirò agli alberi pizzuti. Ma quei genitori, che dramma vivranno fino alla fine dei loro giorni? Nessuna spiegazione, mille interrogativi. E il terrore d’esser stati causa di quel suicidio.

La morte di un figlio è come quel sogno ricorrente che fanno molte persone, quella di cadere nel vuoto. Solo che si precipita senza soluzione di continuità, senza sbattere il grugno contro il suolo. No, non è volare, è precipitare. E’ precipitare senza avere voce in gola per urlare la paura. E’ voglia di sparire, di mollare tutto. Ma poi pensi che lui non vorrebbe questo. Pensi che c’è un altro figlio, vittima come te di quel dramma. Vittima come la madre, i nonni, gli zii, i cugini, gli amici. E allora ti fai forza, e ti torna alla mente quella frase di tua nonna Peppina, che quando avevi sette anni ti regalò mille lire e ti disse “ti nomino il bastone della mia vecchiaia“. Ecco, ci si sente bastone per gli altri, per quelli che hanno paura ad avvicinarti perché non sanno cosa dire, cosa fare, se abbracciarti o meno. Per quelli che il giorno delle esequie restano in fondo alla chiesa senza avere il coraggio di accostarsi ai congiunti, perché tanto si dicono sempre le stesse frasi, le stesse parole di circostanza. E allora tutto diventa inutile, senza rendersi conto che quell’attimo fuggente d’affetto ha lo stesso effetto della criptonite per Superman. Emiliano se ne è andato in punta di piedi, senza disturbare. Ha detto uscendo da casa “vado al bancomat”, dopo dieci minuti è arrivata la telefonata che taglierebbe le gambe a chiunque. L’ho trovato a terra, sotto un albero, chi l’ha visto stramazzare al suolo mi ha detto che ascoltava musica con le cuffiette mentre attendeva il suo turno. Non ha sofferto, neanche se ne è accorto che stava trapassando. Tanto basta per non spaccarmi definitivamente il cuore. 

 

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