Maxi-processo alla ‘Ndrangheta, ma i riflettori sono puntati altrove

Data: gennaio 28, 2021

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– di Stefano Fabbri – Mentre tutti i fari sono accesi su Roma e sull’evoluzione della crisi di governo più pazza del mondo, e più drammatica per l’Italia degli ultimi decenni, a Lamezia Terme si svolge nel quasi disinteresse generale uno dei processi più importanti nella lotta alla ‘Ndrangheta.

Il superprocesso alla ‘Ndrangheta

A giudizio ci sono oltre 300 imputati a seguito dell’inchiesta “Rinascita Scott” condotta dalla procura distrettuale di Catanzaro contro le ndrine del Vibonese.

Un superprocesso, non solo per il numero di persone da giudicare ma anche per il volume degli atti d’inchiesta e per i 400 capi d’accusa contestati: secondo per dimensioni sono allo storico maxi-processo di Palermo del 1986.

Ma neppure l’ultimo ostacolo dell’ormai fu governo Conte bis, proprio sul tema giustizia con le dimissioni del presidente del Consiglio prima che si concretizzasse l’annunciato voto sfavorevole alla relazione del ministro guardasigilli Alfonso Bonafede, ha innescato la scintilla della curiosità nella maggior parte dei media che, ad oggi si sono spesso limitati ad annunciarne l’inizio.

Niente da fare: non ce l’ha fatta neanche l’ultimo blitz sempre condotto dalla procura guidata da Nicola Gratteri che ha avviato una nuova indagine, quella denominata “Basso profilo” che ha sfiorato un politico di rango nazionale come il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa.

E neppure a spostare l’attenzione sul processo sono riuscite le polemiche innescate dallo stesso Gratteri che in un’intervista al Corriere della Sera ha lasciato ai lettori uno spiraglio aperto sui dubbi del perché le decisioni dei giudici sulle iniziative dei magistrati inquirenti che limitano la libertà personale vadano non di rado in direzione opposta, scarcerando gli arrestati.

Del processo di Lamezia se ne parla ancora troppo poco

Tema ostico, senza dubbio, che tocca i cardini di un codice di procedura penale varato “appena” 30 anni fa e l’intero sistema di garanzie che si deve al cittadino, ma niente da fare: del processo di Lamezia ancora troppo poco si parla.

Eppure il dibattimento scaturito da quella inchiesta, che nel 2019 portò a centinaia di arresti con lo scopo di scardinare il clan Mancuso e di eradicare i rapporti della ‘ndrangheta con la politica e la massoneria deviata, è l’occasione pubblica, di fronte al popolo in nome del quale si emettono le sentenze, per capire se tutto è frutto di un magistrato visionario o se effettivamente c’è ne Paese, e non solo, un potere sconfinato di malaffare e violenza capace di fatturare cifre da Recovery Fund, di piegare la politica e le istituzioni ai propri voleri e di assoggettare anche economicamente non solo le aree in cui la ‘ndrangheta è nata ma regioni italiane fino a non molto tempo fa “insospettabili” e di infiltrarsi comodamente pure oltreconfine.

Intendiamoci: la strada è accidendata ed i tempi si preannunciano lunghi

Non solo e non tanto per i circa 900 testimoni che dovranno essere ascoltati in aula, ma anche per gli aspetti procedurali il cui primo grosso inciampo è stato quello dell’astensione dal suo ruolo in questo processo della presidente Tiziana Macrì poiché aveva già autorizzato un’intercettazione nei confronti di uno degli imputati: secondo il nostro codice, infatti, i giudici che si apprestano a decidere in un processo non possono essersene occupati nelle sue fasi preliminari, quindi si deve trovare un altro giudice che non abbia tali impedimenti ed il processo ricomincia da capo.

Così è stato fatto, ma appena nominato il nuovo presidente, Claudia Caputo, la richiesta di ricusazione è arrivata per i due giudici a latere perché facevano parte del collegio giudicante in un procedimento connesso a quello in corso.

Ed un altro sasso sul sentiero, questa volta non procedurale ma legato alla possibilità per il pubblico di “essere” anche se solo virtualmente in aula, come accaduto al maxi-processo alla mafia palermitana e in tanti altri dibattimenti di grande interesse pubblico, è costituito dalla decisione – che le spetta – proprio pronunciata dalla stessa presidente Macrì alla prima udienza, di non ammettere le telecamere in aula.

Tutto, insomma, sembra andare nella direzione di tenere nell’oblio una delle pagine giudiziarie più importanti della storia del Paese, comunque sarà la sentenza. Ed anche di non lasciarne una traccia di documentazione così significativa che solo le immagini sanno assicurare.

Certo, di fronte ad una materia ostica come quella delle regole, peraltro necessarie, che si applicano alla conduzione di un processo è più probabile e forse più comodo osservare le evoluzioni dei partiti in cerca (?) di una soluzione (?) della crisi di governo, magari dalla tribuna dei tifosi.

Ma nonostante la pandemia e nonostante la politica, in quell’aula del processo di Lamezia di scriverà una pagina importante. Anche se in pochi oggi la vogliono cominciare a leggere. 

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