JULIUS CAESAR DI BATTISTELLI INAUGURA LA STAGIONE DELL’OPERA DI ROMA

– di Donatella Righini – Era dal 1901 che il Teatro dell’Opera di Roma non inaugurava la Stagione con un’opera nuova, commissionata per l’occasione. Allora fu Le Mascheredi Mascagni ad essere scelta. Quest’anno, dopo ben 120 anni, dunque, l’evento si è ripetuto e, grazie all’illuminata scelta del Sovrintendente uscente, Carlo Fuortes, è stata commissionata l’opera Julius Caesar a uno dei più importanti compositori di oggi: Giorgio Battistelli.

Potrebbe essere interpretata come una sfida, ma si tratta, piuttosto, di un segnale importante di apertura all’innovazione culturale e dimostra, inoltre, che l’opera non è morta, anzi. La serata inaugurale, il 20 novembre, oltre a mostrare un Costanzi pieno anche nel loggione (quindi, vip da inaugurazione a parte, c’era anche tanto pubblico “nomale”) è stata un trionfo, grazie alla qualità sopraffina di tutte le componenti del meraviglioso e complesso spettacolo che è un’opera in musica. Il Julius Caesar ha visto la collaborazione, innanzitutto, fra il compositore (Battistelli, genio eclettico, sempre in evoluzione) e il librettista. 

Dato che il soggetto si ispira a una delle tragedie di Shakespeare e che Battistelli aveva già composto un’opera shakespeariana – Richard III – su libretto di Ian Burton, è stato ancora una volta quest’ultimo a lavorare all’adattamento della storia. Come già si era reso necessario per il Richard III dice lui stesso, “ho tagliato di due terzi il lunghissimo testo di Cesare e ho anche eliminato molti personaggi”, e, fra l’altro, ha lasciato solo un personaggio femminile, Calpurnia, moglie di Cesare. Aggiunge: “ma ho ampliato  il ruolo del fantasma di Cesare”.

In generale è intervenuto sul testo, sia “modernizzandolo  di tanto in tanto e inventando parti per il Coro in diversi punti”  (il coro ha un ruolo molto importante in una tragedia, infatti) sia nella lingua, che ha modernizzato e arricchito con citazioni in latino dai testi di Orazio e Catullo per la festa dei Lupercali e “qualche parola dalle autobiografie di Cesare”. Seconda collaborazione di Burton con Battistelli dedicata a Shakespeare, che, ormai è dichiarato da entrambi, fa parte di un progetto di trilogia, che vedrà il suo compimento con un’opera ispirata a una tragedia poco conosciuta del Bardo: Pericle. Tornando al Julius Caesar, è un soggetto psicologico, di scavo interiore, riflessione, quindi la musica con cui Battistelli ha rivestito il libretto è tesa a restituire l’inquietudine, il dubbio. In effetti Battistelli l’ha definita “una partitura densa, cupa” affidata a una tavolozza orchestrale nella quale sono spiegate molte percussioni e che fa uso notevole anche degli ottoni. La regia di Robert Carsen (con le scene di Radu Boruzescu, i costumi di Luis F. Carvalho e le luci dello stesso Carsen e di Peter Van Praet) hanno restituito appieno il dramma psicologico del potere che persiste anche al di là della morte.

Carsen ha reso perfettamente l’attualità eterna della tematica ambientando la storia ai giorni nostri, nel Senato romano attuale, dove Cesare e gli altri senatori indossanto giacca e cravatta: infatti Carsen dice che “è una trama che potrebbe accadere dovunque nel mondo attuale”. Le contraddizioni e i dubbi che i congiurati manifestano immediatamente dopo aver ucciso Cesare somigliano molto alle incertezze attuali, alla politica che dice tutto e il contrario di tutto, che manipola il popolo con i social…Il funerale di Cesare il cui corpo è avvolto nella bandiera italiana; la guerra civile che si tiene in un luogo indefinito che ha l’aspetto del restro della struttura dell’emiciclo del Senato; i politici che diventano soldati solo grazie al fatto che indossano un giubbetto antiproiettile. Insomma, una regia con spunti anche cinematografici, ma di impatto alto e immediato.

Ottima l’esecuzione dell’Orchestra dell’Opera di Roma, diretta da Daniele Gatti, che con questa direzione sopraffina si congeda dal ruolo di direttore musicale (andrà a ricoprire lo stesso incarico a Santa Cecilia). Lui, Carsen e Battistelli hanno già lavorato insieme in altre due opere, quindi l’afflato che li unisce ha giocato un ruolo importante nell’esito così positivo della rappresentazione. Oltre all’orchestra ha avuto un ruolo centrale il Coro (cui abbiamo detto che Burton ha datto maggior spazio rispetto all’originale shakespeariano), preparato dal Maestro Roberto Gabbiani (un po’ di Firenze che ha lavorato a questa messinscena, oltre al Prescott Studio che ha curato i sopratitoli in italiano e inglese). Tutti inglesi i cantanti, voci definite da Battistelli ”britteniane” in quanto ottime nell’esecuzione canora del declamato detto Sprechgesang (una via di mezzo fra il parlato e il cantato). La vocalità dell’opera, in generale, risente degli stilemi avviati già dal Novecento e soprattutto dalla scuola operistica tedesca: opera senza numeri chiusi, un durchkomponiert che si avvicina molto spesso al recitativo delle origini del melodramma, sebbene quello fosse “secco” (cioé accompagnato dal solo clavicembalo) mentre questo è del tipo “accompagnato” (cioè sostenuto da tutta l’orchestra, come già si cominciò a fare dal Settecento). Ottime per i rispettivi ruoli le voci di Clive Bayley (Julius Caesar), Elliot Madore (Brutus), Julian Hubbard che ha fornito una prestazione eccellente nonostante l’annuncio delle sue “non perfette condizioni di salute” (Cassius), Dominic Sedgwuick (Anthony), Michael Scott (Casca), Hugo Hymas (Lucius), Alexander Sprague (Octavius)  e Ruxandra Donose (Calpurnia), insieme agli altri ruoli minori, ma tutti interpretati con un alto livello di teatro musicale, in cui tutti hanno mostrato anche le doti attoriali.

Il Coro, inoltre, alterna al canto anche il parlato, che offre momenti di grande efficacia drammaturgica. Eterogeneità stilistica quindi è la cifra di Battistelli, geniale e non a caso ormai internazionale. E, a suggello di questo suo ultimo capolavoro, la notizia che per l’anno prossimo la Biennale di Venezia gli abbia assegnato il Leone d’Oro alla Carriera non ci meraviglia neanche un po’. Anzi, possiamo dire  che ci rende felici sapere che l’Italia ha anche questo “campione del mondo” che tiene così bene in vita anche il genere che molti grandi musicisti definiscono essere parte del DNA degli italiani: l’opera.

Foto © Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

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