Il lockdown giudiziario di Eddi Marcucci

Data: novembre 28, 2020

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di Stefano Fabbri –

C’è una persona, in Italia, per la quale il lockdown dovuto al Coronavirus potrebbe avere un ingiusto supplemento: tutto dipenderà dalla decisione della Corte d’appello di Torino chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato dai legali di Edgarda Marcucci contro la decisione del tribunale del capoluogo torinese che le ha applicato la misura di sicurezza che le legge prevede per i “socialmente pericolosi”.La colpa di Eddi è quella di aver combattuto l’Isis insieme alle Ypj, le unità di difesa femminile del Rojawa curdo.

Donne combattenti per la libertà

Donne curde che combattono nel Rojava.

La sua colpa accessoria è quella di essere tornata viva, a differenza di Lorenzo Orsetti, il giovane fiorentino ucciso in combattimento nel marzo dello scorso anno. Ora i giudici d’appello del capoluogo piemontesi si sono riservati di decidere, prendendosi una quarantina di giorni per confermare o annullare la decisione dei giudici di primo grado che obbliga la ventisettenne torinese a non uscire da casa dalle 21 fino al mattino alle 7 (un arco orario ben più lungo del coprifuoco sanitario applicato in queste settimane in tutta Italia), a non incontrare più di cinque persone per volta, a non partecipare ad iniziative pubbliche, adesso neanche in maniera virtuale visto che sono stati oscurati i suoi profili social, a non avere una carta d’identità valida per l’espatrio, a non uscire dal comune di residenza, a comunicare alla polizia i suoi spostamenti e al rispetto di altre disposizioni che ne fanno una semi-reclusa.

Maria Edgarda Marcucci

Nella foto – Maria Edgarda Marcucci

Ed infatti la norma che le è stata applicata è l’articolo 203 del codice penale che si riserva alle persone giudicate socialmente pericolose poiché potrebbero compiere reati. Nel caso specifico tale presunzione di futura possibile colpevolezza sarebbe dovuto alla perizia della Marcucci all’uso delle armi e alla sua esperienza combattente. Insomma, una semi-reclusione per un semi-reato, ma che provoca tutto intero un danno enorme alla persona destinataria del provvedimento e non meno grave alla cultura giuridica del nostro Paese. Ecco, i giudici d’appello avranno, se vorranno, la possibilità di cancellare questo vulnus, tanto più se – come nel caso di Eddi Marcucci – applicato a chi ha compiuto una scelta, pur discutibile, ma che si inquadra volenti o nolenti in ciò che per anni le democrazie hanno propugnato e cioè la lotta ai tagliagole del califfato nero. Così si assiste ad un drammatico, funereo, peloso ed ipocrita strabismo morale, giuridico ed istituzionale: Lorenzo “Orso Tekoser” Orsetti è stato giustamente onorato e celebrato per aver fatto le stesse cose per le quali Eddi Marcucci viene oggi spinta ai margini della società e giudicata pericolosa, a causa dell’aggravante di essere tornata in Italia da viva. Ma c’è di più: per stessa ammissione degli investigatori che hanno tracciato il profilo di “probabile” autrice di reati futuri sul quale si è basata la decisione dei giudici, si è trattato della prima volta che esse sono state messe in atto nei confronti di chi è andato a combattere in territori bellici. Il tutto però, senza valutare da che parte si è combattuto. Insomma, trattata quasi peggio dei foreign fighters andati ad ingrossare le file dell’Isis. E siccome a pensar male si può commettere peccato ma ogni tanto ci si azzecca, non è improbabile che l’impegno combattente in Rojava possa aver rappresentato l’occasione per l’applicazione di misure restrittive per evitare che la Marcucci tornasse ad occuparsi in patria di ciò in cui era impegnata prima di partire per la guerra ai jihadisti e cioè il Movimento No-Tav.

Per questo la sentenza d’appello sulla pericolosità sociale di Eddi Marcucci sarà qualcosa di più importante della pur rilevantissima libertà personale della giovane ex combattente: in ballo c’è la fedeltà costituzionale al principio per cui si è giudicati per il reato che si è commesso e non per quello (quale?) che si potrebbe commettere, ma anche una più coerente valutazione sull’applicazione delle misure preventive che pure fanno parte del nostro apparato giuridico. Se i giudici d’appello dovessero annullare la decisione sulla sua pericolosità sociale si tratterebbe di una di quelle gocce che Lorenzo Orsetti indicava come inizio di una tempesta. Una tempesta salutare per la giustizia italiana.

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