Ha combattuto l’Isis, in Italia è pericolosa socialmente. Storia di una pagina non scritta che poteva tenere insieme giustizia e senso di giustizia

Data: gennaio 21, 2021

In: STORIE DI PRIMO PIANO,

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di Stefano Fabbri – Ai giudici della Corte d’Appello di Torino era stata data un’occasione importante: quella di scrivere una pagina significativa del modo di intendere il diritto. Quella pagina non è stata scritta. E se è vero che le sentenze si rispettano, ma nel senso di ottemperare a ciò che esse prevedono, non può essere mancanza di quel rispetto discuterle, rifletterci e magari dissentire.

La pagina mancante è quella della decisione sulla pericolosità sociale di Edgarda Marcucci. Del suo caso Wordsinfreedom si è già occupato: “Eddi” è la giovane torinese che si è arruolata nelle Ypj, le unità di difesa femminile del Rojava curdo, ed ha avuto la “colpa” di tornare viva da quella esperienza. Tanto le è bastato per rimediare un provvedimento del Tribunale di Torino che, considerandola pericolosa socialmente, l’ha obbligata a non avere il passaporto a non uscire da casa dalle 21 fino al mattino alle 7, a non partecipare a manifestazioni pubbliche, ad incontrare solo un numero ristretto di persone per volta, a non lasciare il comune di residenza e a comunicare i propri spostamenti alla polizia, annotati su un apposito libretto. Tutti questi obblighi le sono stati confermati dalla Corte d’Appello di Torino, alla quale si era rivolta perché fossero revocati.

Le misure di sicurezza confermate a Edgarda Marcucci sono di solito applicate a persone che macchiatesi di un qualche reato ed una volta espiata la pena siano ritenute capaci di commetterne altri. Si badi bene: il reato ancora non c’è, ma potrebbe esserci, forse, prima o poi. E questo viene valutato in base ai rapporti di polizia e dal giudice che, con un amplissimo margine di discrezionalità, poiché il reato non c’è ancora stato, che ordina l’applicazione di tali misure.

Nel caso di Eddi Marcucci a convincere i giudici d’appello torinesi è stato il combinato disposto di trovarsi di fronte ad una persona che si era addestrata all’uso delle armi – per combattere quello che tutti gli Stati democratici da anni indicano come il proprio nemico numero uno, e cioè l’Isis – e che contemporaneamente è anche una militante di un centro sociale piemontese impegnato sul fronte No-Tav. Entrambi questi aspetti possono essere discutibili, ma ancora di più lo è metterli in relazione tra loro a sostegno di un ragionamento, che è verosimile sia stato fatto, secondo il quale quella capacità di uso delle armi avrebbe potuto essere impiegata nelle manifestazioni contro la grande opera ferroviaria.

Chiamatelo come credete: processo alle intenzioni, pregiudizio, etc. Non sono termini tecnici ma rendono comunque bene l’idea. Quelle armi Eddi Marcucci le ha impugnate, tanto da essere considerata una persona che ha “una spiccata inclinazione alla violenza e all’uso delle armi”, per combattere i tagliagole del califfato nero. Lo stesso hanno fatto altri giovani piemontesi ai quali, però non è stata applicata alcuna misura di sicurezza, e lo aveva fatto Lorenzo “Orso” Orsetti, il giovane fiorentino ucciso in combattimento nel villaggio siriano di Al-Baghuz Fawqani nel marzo del 2019 e oggi giustamente onorato in Italia.

Analogie che, se portate alle estreme conseguenze, condurrebbero a pensare che la colpa accessoria di Eddi Marcucci è di essere tornata viva dall’inferno del deserto siriano. E seguendo sempre questo ragionamento non è peregrino pensare che il trattamento al quale è oggi sottoposta è dovuto non a ciò che ha fatto in Rojava, ma a ciò che potrebbe fare nel suo Paese. Senza averlo però finora fatto.

La sua nuova condizione di cittadina a metà è prevista dall’articolo 203 del codice penale, che si applica a coloro i quali sono considerati capaci, seppure teoricamente, di compiere un reato, anche se non imputabili e non punibili. Ereditato dal complesso di norme in vigore durante il fascismo, è la prima volta che le misure di cui si occupa l’articolo 203 vengono usate nei confronti di chi ha combattuto all’estero: non di un foreign fighter andato ad ingrossare le fila dell’Isis, ma in questo caso di chi ha praticato in modo diretto e a rischio della propria vita l’invito delle democrazie a combattere l’esercito del terrore. 

Ecco: l’occasione perduta dei giudici d’appello di Torino è stata quella di non scrivere una sentenza che, accogliendo il ricorso di Eddi Marcucci perché le fossero revocate quelle misure di sicurezza, aprisse una seria riflessione su un nodo del diritto di cui non da adesso si discute e, probabilmente, anche su un caso specifico in cui la catalogazione di “pericoloso socialmente” non apparisse così stridente con una scelta, quella di combattere contro l’Isis, che è onestamente difficile da censurare.

Certo, quella dei togati torinesi non deve essere stata una scelta facile visto che hanno impiegato tutti i 40 giorni che si erano riservati per decidere. E compito dei giudici non è quello di intervenire sulle leggi esistenti ma di applicarle. Sebbene non sarebbe stata la prima volta che la criticità di una legge fosse messa in luce, e magari superata, grazie ad una sentenza apparentemente “difforme”. Anche per questo l’esito è di quella pagina non scritta, di quell’occasione perduta per tentare un passo avanti nel rammendare quel rapporto spesso lacerato tra giustizia e senso di giustizia.

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